Gli edifici sacri di Paceco
Fin dalla fondazione del borgo, nel 1607, il principe Placido Fardella affiancò alla costruzione delle abitazioni quella degli edifici di culto, necessari per il legame tra potere politico e potere religioso. Il primo edificio sacro fu costruito già intorno al 1610.
Maria SS. di Porto Salvo
La prima chiesa di Paceco, completata prima del 1615, edificata accanto al “Castello” del principe.
San Francesco di Paola
Convento e chiesa su un’altura panoramica, sede della leggenda di Francesco Frusteri.
Maria SS. del Rosario
Conosciuta come chiesa di S. Lucia, custodisce un’antica cripta con i resti dei confrati.
Ogni chiesa, una storia da scoprire
Chiesa Maria SS. di Porto Salvo
Completata prima del 1615
Si ritiene sia stato il primo edificio di culto eretto a Paceco, costruito in conci di pietra a navata unica, in origine al centro di uno slargo e affiancata dal “Castello” del principe Fardella. Fu Chiesa Madre fino al completamento della Chiesa del SS. Crocifisso, nel 1623.
Secondo la leggenda, la chiesa fu costruita in seguito all’arrivo, lungo l’antico canale che collegava Paceco al litorale trapanese, del quadro raffigurante la Madonna titolare. Sull’altare maggiore si trova ancora oggi una pala con l’effige della Madonna di Porto Salvo, mentre la volta fu decorata nel 1923 dal pittore trapanese Ignazio Tartaglia con l’apparizione di Maria Stella Maris.
Nel periodo che precede la festa di San Giuseppe, Paceco e le frazioni di Dattilo e Nubia preparano i pani votivi, simbolo di abbondanza, con un impasto di acqua, farina e sale decorato con ditali e pinzette. Vengono disposti sugli altari votivi in gradini simbolici: pani della grazia, “Cucciddatu”, “Parma” e “Vastuni”, ostensorio e calice. Nella frazione di Dattilo si rinnova ogni anno l’antico rito della “Tuppuliata” e dell’“Ammito”, dove centinaia di pietanze vengono offerte alla Sacra Famiglia, impersonata da tre poverelli.
Chiesa e Convento di San Francesco di Paola
Opera di Placido Fardella, XVII secolo
Posto su un’altura che domina la piana, da cui si osservano il porto di Trapani, le isole Egadi e la riserva delle saline, il complesso fu tra i luoghi più adatti alla preghiera e alla meditazione nella Paceco del Seicento. La prima chiesa e il convento furono opera di Placido Fardella, poi ricostruiti agli inizi del XVIII secolo dalla principessa Anna Maria Fardella.
Dal 1865, con Decreto Reale di Vittorio Emanuele II, i locali annessi furono occupati dall’Arma dei Carabinieri e dal Comune. All’interno è conservata una statua in legno, tela e colla di San Francesco di Paola, realizzata da Pietro Croce, recentemente restaurata.
«Francesco Frusteri moriva rassegnato e contrito subendo l’estremo supplizio da ispirare la pubblica ammirazione. Dì 5 novembre 1817.»
— Lapide nella Chiesa di San Francesco di Paola, PacecoUna storia curiosa, tramandata dall’etnologo Giuseppe Pitrè, riguarda un giovane contadino, Francesco Frusteri, che per amore di una ragazza uccise la propria madre in un eccesso di rabbia. Condannato a morte e giustiziato nel 1817, fu sepolto nella chiesa di San Francesco, dove iniziò un pellegrinaggio popolare che lo venerò come un santo, attribuendogli miracoli straordinari ancora ricordati nella memoria orale del territorio.
Chiesa Maria SS. del Rosario
Tra i primi edifici religiosi di Paceco
Eretta nella parte più antica del borgo nei primi anni dalla fondazione, la chiesa fu fortemente voluta dalla principessa Maria Pacheco, in voto alla Madonna del Rosario per essere stata protetta da un viaggio pericoloso dalla Spagna, minacciato dai corsari del Mediterraneo.
La facciata barocca presenta un portale marmoreo con colonne corinzie e una loggia campanaria superiore. L’interno custodisce un gruppo scultoreo (1845) raffigurante San Domenico che riceve il rosario dalla Vergine, oltre a dipinti di San Raffaele, San Vincenzo Ferreri e sculture di Santa Rita e Santa Lucia.
Sotto la chiesa si trova un ipogeo settecentesco dove riposano i resti dei membri della Confraternita del Rosario, attiva a Paceco fino al 1930 circa. Due scalinate di 16 gradini in marmo conducono a una stanza rettangolare con nicchie e loculi, dove i crani disposti su una cornice del muro ricordano “i grani di un mistico Rosario”. Atti notarili e testamenti del Seicento confermano che vi furono sepolti non solo religiosi, ma anche cittadini comuni di Paceco.
Chiesa del SS. Crocifisso
Ricostruita nel 1702–1707 su volere dei Sanseverino
Conosciuta anche come Chiesa di Santa Caterina, le prime notizie risalgono al 1610-1615, come cappella dedicata al Salvatore. Divenne Chiesa Madre nel 1623, sostituendo Maria SS. di Porto Salvo. La principessa Anna Maria Fardella e Gaetani ne volle la totale ricostruzione nel 1702, realizzata interamente in pietra locale (tufo) dalle cave di Tipa, Castellazzo e Sciarotta.
Tra il 1715 e il 1730 l’architetto Giovan Biagio Amico progettò il rifacimento della facciata. All’interno si custodiscono quattro pregevoli pale d’altare seicentesche, oggetto di studi attributivi (scuola napoletana o siciliana). Nel 1983 fu collocata la statua di Santa Caterina, scolpita da Vincenzo Mussner, confermata patrona di Paceco nel 1984.
Santa Caterina d’Alessandria, patrona di Paceco
Secondo la tradizione, Caterina fu una giovane nobile di Alessandria d’Egitto, martirizzata intorno al 305 d.C. per aver rifiutato di abiurare la fede cristiana, condannata alla ruota e poi decapitata. Nelle rappresentazioni artistiche viene raffigurata con corona, palma del martirio, libro della sapienza, ruota e spada.
La processione di Maria SS. Addolorata
Il Mercoledì Santo, dopo il rito della vestizione del simulacro, la statua dell’Addolorata — realizzata in legno, tela e colla, con la stessa tecnica dei Misteri di Trapani — viene portata in processione dalle donne lungo le vie del paese, “annacata” al ritmo delle marce funebri della banda.
Chiesa di San Giuseppe
Cuore religioso di Dattilo
Nella frazione di Dattilo, la Chiesa di San Giuseppe è il punto di riferimento religioso del piccolo borgo dell’entroterra pacecoto, una delle parrocchie che insieme a Chiesa Madre, Rosario, San Francesco di Paola, Regina Pacis e Maria Immacolata di Nubia compongono il tessuto religioso del territorio comunale.
Attorno a questa chiesa si rinnova ogni anno la tradizione più sentita di Dattilo: il “Mmitu di San Giuseppe”, un pranzo sacro di oltre cento portate offerto alla Sacra Famiglia, qui rappresentata da tre persone della comunità. In piazza viene allestita una struttura in legno a forma di chiesetta, decorata con foglie di alloro, arance, limoni, “murtidda” e gli intricati pani votivi lavorati a mano dalle donne del paese con ditali e pinzette. La tradizione, ripresa nel 1986 grazie ai ragazzi e agli insegnanti delle scuole di Dattilo, si conclude con la recita in dialetto delle “Parti di San Giuseppe” da parte di un cantastorie e con la benedizione e la distribuzione dei pani tra tutti i presenti.
Palazzo Municipale di Paceco
Sede storica dell’amministrazione comunale
Affacciato sulla piazza principale del paese, il Palazzo Municipale rappresenta il cuore della vita amministrativa e istituzionale di Paceco. La sua posizione centrale all’interno del tessuto urbano testimonia l’importanza che il governo della comunità ha assunto sin dalla fondazione del borgo, avvenuta nel 1607 per volontà del principe Placido Fardella.
Nel corso dei secoli il palazzo ha accompagnato l’evoluzione della città, ospitando gli organi amministrativi e diventando punto di riferimento per la cittadinanza. Ancora oggi è il luogo in cui si svolgono le principali attività istituzionali e rappresenta uno dei simboli più riconoscibili dell’identità civile di Paceco.
Monumento ai Caduti
Omaggio ai cittadini pacecoti caduti nei conflitti del Novecento
Il Monumento ai Caduti costituisce uno dei luoghi simbolo della memoria collettiva di Paceco. Realizzato per onorare i concittadini che persero la vita durante i conflitti che hanno segnato il Novecento, rappresenta il legame tra la storia nazionale e le vicende delle famiglie del territorio.
Attraverso i nomi incisi sul monumento, la comunità conserva il ricordo di uomini che sacrificarono la propria vita lontano dalla loro terra. Ancora oggi il sito è al centro delle commemorazioni civili e delle celebrazioni istituzionali, mantenendo vivo il valore della memoria, della pace e della riconoscenza verso le generazioni che hanno segnato la storia del paese.
Torre di Nubia
Documentata almeno dal 1557 — completata nei primi del ‘600
Nubia, frazione costiera di Paceco affacciata sul Mediterraneo, deve il suo nome al termine arabo “nwb”, che significa oro — da qui l’appellativo di “terra d’oro” con cui lo studioso Alberto Barbata l’ha definita. Proprio su questo tratto di costa, legato da secoli alla pesca del tonno, sorge la sua torre di avvistamento, in origine collegata a un’antica tonnara nota come “Raisi Debbi”.
La prima descrizione certa della torre risale al 1584, quando l’architetto fiorentino Camillo Camilliani, incaricato dal Viceré di ispezionare le coste siciliane in funzione anti-corsara, la annotò nella sua “Descrizione della Sicilia” come «una torre incompleta con una loggia adattata all’uso di tonnara». Il marchese di Villabianca la chiamò poi “Torre di Castro”, dal nome di Francesco Lemos, Conte di Castro e Viceré di Sicilia dal 1616 al 1622, sotto il cui governo l’edificio fu probabilmente completato.
Gli studiosi Mazzarese e Zanca ne hanno datato la costruzione al 1620, sulla base di un documento del novembre di quell’anno in cui la Deputazione del Regno prevedeva di assumere un caporale «quando detta torre sarà finita e posta in guardia». Ricerche d’archivio più recenti di Antonio Buscaino, tuttavia, confermano che la torre esisteva già almeno dal 1557, anno in cui fu richiesta l’autorizzazione a calare la tonnara di Nubia — concessa nel 1560 e rinnovata negli anni 1564, 1566, 1582 e 1597.
Nel censimento del 1805, voluto da Monsignor Gravina, la torre compare tra le oltre quaranta “torri di deputazione” del litorale siciliano, affidata al Principe di Paceco e dotata di un cannone per la difesa costiera. A pianta quadrata con basamento a scarpa, il piano terra ospitava in origine la “stanza delle polveri”, poi trasformata in cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. Dopo decenni di abbandono, la torre è stata restaurata ed è oggi destinata a un futuro utilizzo sociale e culturale.
Arte, fede e bellezza autentica
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